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BEPI

Bepi
Bepi, mio suocero. Veniva a prendere materiale edile quando lavoravo alla Foredil. Veniva con il camioncino per conto di un’impresa. Era il mio primo lavoro da impiegato, appena finito il militare. I primi giorni non avevano molto tempo per seguirmi e mi chiusero in una stanza a mettere il timbro a degli opuscoli pubblicitari che poi probabilmente venivano buttati via. Qualche settimana dopo liberarono una scrivania per me e pian piano, istruito dal vecchio ragioniere Tito, imparavo a conoscere il mio primo mestiere. Ero giovane e mentre Tito scriveva a mano, io inserivo i codici degli articoli sul computer, avrei pian piano preso il suo posto. I primi tempi c’era solo la tastiera, il mouse arrivò dopo. La prima volta che mi presentai a casa di mia morosa conobbi anche Bepi nella veste del papà di mia morosa ma non riuscii a collegarlo con quello che veniva in azienda.
Ero giovane, spavaldo e distratto e prima di accorgermi che erano la stessa persona ci volle qualche settimana. Un giorno mentre mi porse la bolla del magazzino incrociammo lo sguardo e lui mi fissò con i suoi grandi e bellissimi occhi azzurri e accennò un sorriso, aspettando che lo riconoscessi. Solo in quel momento mi resi conto che era anche il papà di mia morosa e quello fu un primo segnale delle qualità che aveva: discrezione, umiltà e attenzione per il prossimo. Imparai subito ad apprezzarlo per queste sue doti ma poi scoprii subito anche la sua generosità, la sua semplicità e il suo buonumore.
Pian piano diventò un riferimento essenziale per la mia vita, una presenza famigliare e cara. Condividevamo la passione per lo sport in tv e per il bicchiere in compagnia. In questi giorni so che mentre io guarderò le tappe del giro e poi del tour dalla poltrona tu potrai librarti sopra i bellissimi paesaggi alpini e fare le volate con i tuoi beniamini. Qualche anno dopo, con l’arrivo dei bambini ci sentivamo ancora più legati. Lui era il nonno e il suocero ideale. D’estate al mattino presto, quando mi alzavo, lui era già accaldato al lavoro nel nostro orto, qualsiasi necessità pratica si verificasse a casa mia la risolveva con puntualità e precisione. I pranzi domenicali insieme erano un rituale, lui non aveva molta fame perché trascorreva la mattinata a fare “marenda” con degli amici a San Rocco, in una vecchia villetta di proprietà di veneziani che loro custodivano e in cui allevavano qualche coniglio, e qui cucinavano sul caminetto salsicce, alette e costicine. Me lo ricordo con piacere quando veniva a trovarci in montagna in Valle Aurina godendosi i nostri bambini e il paesaggio ma soprattutto al mare nel campeggio. Non trascorreva molto tempo in spiaggia, preferiva girare per Bibione con la bici che ci davano in dotazione oppure aspettarci al bar sulla spiaggia all’ora dell’aperitivo, nel tardo pomeriggio nell’area attorno al nostro bungalow si cominciava a sentire il profumo che proveniva dal barbecue, ovviamente lo chef era lui. Purtroppo negli ultimi anni ha dovuto convivere con il malfunzionamento del suo cuore e questa è stata la sua croce più grande, la circolazione assente nei piedi dall’amputazione delle dita fino a tutto l’arto, eppure anche in questo è stato un insegnamento per tutti di pazienza e forza di spirito con cui ha affrontato sia la malattia che le riabilitazioni.
Un’esistenza semplice la sua, domani saranno passati tre mesi da quando ci ha lasciato, eppure queste sono le persone che fanno parte della nostra vita e che non vivono sotto i riflettori. Lui per me è stato una ricchezza. Dio ci regala dei diamanti da mettere nelle collane della nostra vita e lui è uno dei più preziosi. Un altro dono bellissimo è che lui rivive anche attraverso la somiglianza di uno dei miei figli.
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Solitudine


Non è una carezza questa mano che senti delicata sulla tua spalla

È qualcosa che voglio dirti ma che non so dirti

È una vibrazione del mio essere che incontra te

O forse ti ha già incontrata e vuole farti sentire che ci sono

Troppe cose hanno invaso la mia vita e mi hanno contaminato

Per questo non mi sento degno di andare oltre,

o di dirti altre cose, perché vorrei che tu rimanessi così come sei,

senza le ombre che oscurano la mia vita.

Non dirmi nulla, non serve, rimani ancora un po’ qui se vuoi.

E tu gatto randagio che miagoli e mi guardi, tu mi conosci,

fra un po’ resteremo di nuovo io e te, soli, sbandati e forse un po’ più tristi,

perché ogni incontro per noi è un’illusione di felicità che poi se ne va.

 

Libero arbitrio e dignità

Libero arbitrio sulla propria esistenza. …ho letto parecchie cose in questi giorni su questo…ma quale libero arbitrio? Al massimo si può decidere di morire quando, come quasi sempre capita, non lo decide qualcos’ altro: una malattia,  la vecchiaia,  un terremoto,  un atto violento, un incidente. Ma neppure quando la facciamo finita per nostra scelta si può parlare di libero arbitrio perché se scegliamo di farla finita è perché qualcosa non funziona, la salute, la depressione, il senso di colpa. Quindi la scelta di morire non è mai libera ma condizionata da qualcosa cui non siamo in grado di resistere. Nessuno di noi può condannare un altro per la sua scelta ma la libertà in questi casi è una libertà condizionata. Un persona che sta bene non sceglierà mai la morte. Quindi l’obiettivo che dobbiamo avere è quello di far di tutto per far star bene il prossimo. Poi si sente parlare anche di dignità,  vivere con dignità. Quando mai una persona sofferente è priva di dignità?  La dignità può venir meno solo quando qualcuno compie qualche atto ignobile.  Scrivo queste cose piuttosto ovvie e logiche perché le parole hanno una loro importanza ma leggendo qua e la sembra che molti dimentichino il vero significato.

Vita

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Vita

 

Quando avrò domato la solitudine

Non sarò più solo

Sarò con me, con l’Eterno e con tutti.

 

Quando avrò imparato a guardare negli occhi

La sofferenza

Soffrirò ancora, ma sarò sereno.

 

Quando avrò combattuto l’odio e l’indifferenza

Con la pazienza e l’amore

Conoscerò solo l’Amore.

L. Tabarini

Massaggio

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Come uno scoglio caldo riceve l’onda così il mio corpo riceve le tue mani e così da scoglio divengo gabbiano e volo sopra il mare e vedo l’azzurro sotto di me e il sole si avvicina e i suoi raggi mi scaldano e le tue mani mi fanno cantare e io vivo del tuo brivido e mi incanto e voglio essere gabbiano per volare e scoglio per sentirti. E tu sei l’infinito del mare, il caldo del sole, l’orizzonte dei miei sogni.

Benedizioni

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Capita che tutto ciò che abbiamo nella nostra mente venga acquetato improvvisamente e resettato da un incontro, da un luogo magico, da un gesto o una parola inaspettate. A me è capitato pochi attimi dopo aver girato la maniglia della porta dei miei suoceri e varcato la soglia d’ingresso. La scena che mi sono trovato davanti ha procurato un’immediata emozione da intendere come un’iniezione di serenità. Mi portavo nella mente pensieri di lavoro, aspettative di incontri di aperitivi e soprattutto il mio macigno interiore eppure quella scena quasi teatrale mi ha ripiombato nell’essenza della vita. Si respirava solo autentica magia del mistero umano. Non c’erano tante figure nella scena. Un vecchio nonno sulla sua carrozzina che sbuccia i fagioli e suo nipote intento nei compiti per casa più un gatto non ripreso dall’inquadratura che alza lo sguardo vigile su di me. E il silenzio intorno, silenzio che parla. Poche cose ma ricche di significato e intercettate in uno spazio temporale infinito. Sensazioni simili le ho avute dinanzi a certi panorami che esplodono d’improvviso davanti ad una forcella in montagna magari dopo che la nebbia si è diradata oppure in Chiesa nel raccoglimento dinanzi all’Eucarestia, nello sguardo dolce di una donna che raccoglie tutta la sua bellezza nei suoi occhi e te la dona insieme al suo sorriso, in un sentito assolo di chitarra che si fa spazio tra i fumi di un locale. Per questo amo la vita e amo il mondo e le persone perché possono in qualunque momento riportarmi all’origine, all’origine del mio mistero. Mi sento in viaggio, in viaggio verso questo Assoluto che ogni tanto mi regala una sua fotografia.

 

Supermercato Bio

Sabato mattina. Qualche piccola commissione da fare tra cui prendere un chilo di farina biologica per fare gli gnocchi al cucchiaio e già che c’ero anche il miele. Entrare in un negozio specializzato bio dopo il venerdì sera di bagordi con lo stomaco disastrato è come per una puttana entrare in Chiesa. Mi sentivo a disagio ma con buoni propositi, redimermi? Avvicinarmi allo zenzero? All’interno profili di donne che si muovevano con calma, abiti di lino o cotone naturale, disinvolte davanti al farro, sorrisi misurati, compostezza esibita. Potevano avere dai 45 ai 200 anni. Scopro che la farina si fa con qualsiasi cosa, per un attimo mi ero illuso di trovare anche qualche polverina speciale, in ogni caso riesco a scovare anche quella di mais. Mi avvicinò alla cassa, si parla sottovoce. Ormai ce l’ho quasi fatta, non vedo l’ora di uscire. Dietro la cassiera manifesti che invitano a corsi di meditazione, psicologia naturale ma quando ho letto a caratteri cubitali “Adotta una zolla” ho avuto una irrefrenabile voglia di uno spritz con l’aperol.

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