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Gezabele

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Gezabele è un personaggio biblico femminile definito da sempre con termini di perfidia o malvagità. Una regina fenicia andata in sposa al re Ahab, uno dei re di Israele che continua una dinastia di pessimo governo nel nord del paese dopo la scissione dalle tribù di Giuda e Beniamino rimaste invece fedeli al Dio dei loro padri nella zona di Gerusalemme. Gezabele arriva dunque in Israele e riesce a convincere il popolo ad adorare divinità pagane come il dio Baal. Il marito Ahab viene sedotto da questa donna e si lascia corrompere tradendo il suo Dio.  Questa regina riuscirà ad assoggettare a sé più di quattrocento falsi profeti che, in cambio di una vita viziosa a corte, convertiranno il popolo a queste divinità. Tutto questo fino all’avvento del profeta Elia il quale guidato da Javhé ripristinerà la fedeltà al Dio di Israele.

Ora chi vuole può andarsi a leggere le storie e le vicende di questo periodo raccontato nel libro dei Re e in molti altri approfondimenti teologici, questi ultimi più meritevoli di discernimento.

Dal canto mio sento l’urgenza di approfondire queste due figure. Il re Ahab e la regina Gezabele.

Il re forse è, umanamente, più comprensibile. In termini dotti potrei pensare ad uno cui piace molto la figa e, forse in misura più o meno paritaria, anche il potere. Ma questo è un ritratto riduttivo della sua personalità perché se ci soffermiamo e cerchiamo di comprendere a fondo il personaggio potremo scorgere anche la presenza di una coscienza che non si arrende in modo ineluttabile al destino da lui intrapreso ma spinge verso una ricerca della Verità instillando forse la nostalgia di quel Dio dei suoi antichi padri. Naturalmente il risultato automatico che ne deriva è un conflitto interiore, un’incompletezza, una malinconica esistenza sempre alla deriva. Ritornando alla mia prima lapidaria affermazione è forse meglio precisare che lui è affascinato dalla donna non in termini prettamente fisici ma ne subisce un fascino atavico ritrovabile in Adamo. Con tutta probabilità lui respira il suo fascino assaporandone  anche la pericolosa influenza sulla propria personalità, è consapevole che lei è in grado di minare le sue capacità di decidere e scegliere per il bene suo e del suo popolo ma si arrende piano piano a questo destino ricoprendo la propria coscienza con una coltre formata da una vita piena di vizi.

La regina Gezabele dal canto suo per me rimane un mistero. Lei è ben consapevole del fatto che lui è ai suoi piedi. Lo ha sedotto e continua a farlo muovendolo come un burattino. Non aggiungo molte parole su questa donna perché non riesco a penetrarne l’essenza. Si potrebbe anche pensare ad ella come ad uno strumento in mano al maligno per soggiogare e deviare il re da una condotta retta.

Ciò che mi interessa è la relazione tra i due. Verrebbe facile condannare la donna e prendere, almeno in parte, le difese di lui che pare soccombere solo alle debolezze umane. Potrebbe essere ancora comprensibile la perdita di testa per questa donna che riveste un fascino irresistibile e quasi diabolico nei suoi confronti ma ciò che è meno giustificabile è il fatto che lui accetti le conseguenze di tutto questo senza prendere posizione o ribellarsi. Per conseguenze penso evidentemente ai soprusi nei confronti del popolo o addirittura l’uccisione di coloro che non si sottomettono alle sue crudeli volontà. Ne consegue che l’animo di Ahab non può essere definito buono in quanto non conciliabile con le sue efferatezze.

In conclusione la scelta delle proprie azioni non può mai essere attribuibile ai condizionamenti di altri ma rimane frutto del proprio discernimento e della propria volontà.

 

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Luna

Luna

Luna

Mi confesso con te Luna, candida creatura di Dio, che in te ha manifestato la sua dolcezza e il suo spirito romantico. Beata te che sei stata plasmata dalla Sua tenerezza. Beata te che sei custode dei segreti delle nostre notti e delle nostre passioni. La tua luce bianca e discreta traccia i solchi delle nostre notti insonni pronta a dissiparsi alle prime luci dell’alba.Vegli su queste notti senza senso che non finiscono mai, che sono fatte solo di poesia che sgorga da quest’aria pura, incanto della vita. Ci tieni compagnia dunque sorella Luna nei nostri tormenti e turbinii dell’anima. Ed io, umile pellegrino di questa terra, te ne sono grato.

L.Tabarini

Tredici anni

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Foto tratta dal film “Stand by me” di Rob Reiner

 

Valerio, 13 anni, in fuga da casa in bici per 130 km, «Volevo vedere com’è il mare»

Il Gazzettino – 06/09/2018

 

Certi titoli di giornale attirano la mia attenzione. Questo è uno di quelli…

Valerio, 13 anni…non so nulla di lui però la mia mente cerca di raggiungerlo, raggiungere il suo pensiero, il suo spirito. Non è un caso, forse perché la sua vicenda lo accomuna a me e a mio figlio.

Valerio voleva vedere il mare…può darsi che questa frase nel titolo sia solo un sunto giornalistico, ma è molto bella.

Vedere il mare esprime un desiderio di infinito, di libertà…

Quando avevo tredici anni sono partito un sabato pomeriggio presto dal mio paesino di Anzano. Era estate, mia madre era a casa e mio padre a lavorare. Ero solo. Ho inforcato la bici di mia mamma e sono partito verso la montagna. Non avevo soldi o zainetto con me, pantaloncini corti e tanti sogni. Mi ricordo che la sera prima avevo guardato il Festivalbar e Umberto Tozzi cantava “Notte Rosa”. Mi ricordo che me la cantavo mentre pedalavo, forse uno dei miei primi tormentoni estivi. Senza fatica oltrepassavo il Fadalto, poi Longarone dando uno sguardo come sempre alla diga del Vajont che esercitava un fascino sinistro nella mia fantasia. Iniziava poi la stretta valle del Piave, piuttosto tetra per poi aprirsi verso Perarolo di Cadore dove salivo lungo la curvosa “Cavalera” per raggiungere Tai. Arrivato lì sentivo il profumo della mia impresa. Conoscevo il Cadore perché i miei mi portavano in vacanza a Venas fino all’anno prima. Ero fiero di me stesso. Solo che ero stanco, affamato ed era tardi. Non avevo la forza e il tempo di ritornare a casa.  Sono giunto a Venas di Cadore verso le 19.30 di sabato. Non mi sono perso d’animo e ho suonato al campanello della canonica dove conoscevo il parroco che mi faceva fare il chierichetto durante le vacanze degli anni prima. Si chiamava don Alfieri, un vecchio che somigliava fisicamente a don Camillo con l’accento cadorino. Quando mi ha visto è rimasto sorpreso e meravigliato. Appena gli ho raccontato che ero arrivato in bici da solo da Vittorio (80 chilometri circa all’epoca) e che nessuno lo sapeva ha telefonato a casa mia. Ha promesso a mia madre che mi avrebbe ospitato a cena e per la notte e che mi avrebbe rispedito a casa l’indomani mattina presto. E così ho mangiato la sua braciola mentre lui mi guardava, il suo piatto era vuoto e ho mangiato io la sua cena. Il mattino seguente alle 5 mi ha svegliato e salutato e sono ripartito felicissimo della mia avventura.

Una volta non esistevano telefonini ansiosi per le mamme e tante vicende si consumavano all’insaputa e con maggiore serenità.

L’anno dopo in una situazione analoga sempre di sabato pomeriggio di un giorno di solleone, ero solo e volevo raggiungere i miei cugini a Jesolo. Partii con la stessa bici e attraversai le pianure venete arrivando alle porte di Jesolo verso le 17. Ero stanco e affaticato e decisi di ritornare indietro senza neppure vedere il mare, pensavo che non ce l’avrei fatta e non avevo un punto di appoggio. Ritornai a fatica, c’erano anche dei lavori con delle deviazioni che mi costrinsero ad allungare la strada di parecchi chilometri.  Di tanto in tanto mi fermavo a chiedere un bicchiere di latte nelle case di contadini. Una volta non si allarmavano nel vedere un ragazzino solo, o non facevano molte domande. Giunsi stremato a casa verso le 20 dopo una novantina di chilometri, contento solo di essere riuscito ad arrivare.

Quest’estate mio figlio di 14 anni è partito da Bibione nel primo pomeriggio con la bici del campeggio e raccontandomi una balla è partito per Vittorio. Il suo cellulare a causa dell’utilizzo del navigatore si è scaricato  presto e non era raggiungibile, oltre a costringerlo ad orientarsi da solo. Di fatto ha sbagliato un paio di incroci costringendolo a fare una quarantina di chilometri in più. Noi lo abbiamo saputo solo la sera dato che non arrivava per cena. Chiaramente all’imbrunire sua madre ed io eravamo preoccupati. Per fortuna poco dopo le 21 è arrivato a casa fresco come una rosa. Le sue motivazioni erano diverse, scommessa con gli amici con gruppo su whapp creato ad hoc.

 

Ora pensando a questo Valerio, penso a quella strana età dei tredici e quattordici anni. Della voglia di vivere, di scoprire il mondo, di sfidare le difficoltà e della voglia di riuscire ad arrivare fino in fondo. Le altre cose come i pericoli oggettivi, le ansie dei genitori passano in secondo piano, non ci si pensa. Oggigiorno forse i pericoli sulle strade sono maggiori a causa del traffico però il senso di avventura e il sogno di libertà è rimasto lo stesso e quindi senza conoscerlo, sento che in qualche modo abbiamo qualcosa in comune. Viva la vita.

 

GLI ANIMALETTI DISPETTOSI

Copertina

Il mio libro “Gli Animaletti dispettosi” ora è disponibile anche su Amazon,  invio il link sotto:

Amazon- Gli animaletti dispettosi

Sono cinque racconti che parlano di cimici, ragni, zanzare, formiche e mosche e le loro avventure.

Naturalmente i bambini si appassionano leggendolo ma anche noi grandi possiamo riscoprire un lato avventuroso e semplice che fa parte della nostra fanciullezza.

I disegni sono di Viviana Trentin  Viviana Trentin blog

questo libro è immancabile nella tua biblioteca. A parte gli scherzi è distribuito nelle librerie in Veneto e Friuli Venezia Giulia da Mondadori (Editore Alzani)

Qui sotto alcune immagini della presentazione nazionale che ha avuto luogo nella incantevole cornice del Castello di Dolceacqua (Im) il 13/07/2018:

Invito

Firma

Viviana e Luigi

Dolceacqua sera

Dolceacqua

Lucio

Lucio Scarabel

ritratto Gigi

Luigi – Ritratto di Viviana Trentin

Chiara

Monet

Le otto montagne di Paolo Cognetti

Essendo un amante della montagna ho affrontato questo libro con passione. Parole come cenge, forcelle e pino mugo mi fanno sentire il profumo di casa e mi rimandano agli anni in cui sgambettavo con gli amici ogni fine settimana. Il libro è scritto molto bene e le vicende sono narrate scavando in profondità del proprio animo. Traspare evidente una narrazione autobiografica. Ho apprezzato molto le similitudini e le metafore che esprimono sempre una riflessione intima e accurata.

Come spesso accade, durante la lettura cerco di immedesimarmi nell’animo dei protagonisti, in certi momenti si avvicinano al mio sentire e in altri mi sfuggono.

La storia si sviluppa attorno al carattere e al legame di due amici con sullo sfondo le loro famiglie di origine da cui hanno ereditato passioni e limiti.

Nel caso di Bruno è proprio la mancanza del minimo dialogo tra suo padre e sua madre a determinare tutta la sua incapacità di gestire una relazione con Lara, la ragazza che le darà anche una bambina e pure con quest’ultima. Pietro invece ha ereditato il difficile rapporto dei suoi genitori uniti solo dalla passione per la montagna e dal rispetto tra di loro, ma, a differenza del suo amico, è stato allevato con attenzione e affetto.

Ad impregnare l’esistenza di tutti i personaggi è, a mio avviso, la solitudine che solo la madre di Pietro riesce a rifuggire completamente grazie alla sua vocazione ad aiutare gli altri che diventa anche la sua professione.

Bruno e Pietro sono figli unici e questo secondo me non li ha aiutati.

Bruno, alla fine, si è arreso abbandonandosi totalmente al destino che la sua montagna gli stava riservando, forse alla fine l’unica amica a cui lasciarsi andare, dato che Pietro, per quanto generoso e altruista nei suoi confronti non poteva fare altro.

Rimane  nel mio cuore una desolazione per il destino segnato del buon Bruno, per la sua compagna Lara e la sua piccola figlia. Pietro in qualche modo potrebbe aver trovato forza e insegnamento da tutto ciò per rimodellare nel suo intimo certe situazioni che la vita offre e poterle affrontare con una coscienziosa consapevolezza e coraggio.

Ripeto, un libro scritto bene e con profondità d’animo.

 

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio

Gigi Arminuta

Ho avuto modo di sentir parlare l’autrice ad una presentazione dove venivano proposti altri due libri oltre al suo.

Non mi ricordo cosa mi avesse colpito delle sue parole, non lo so, forse la sensazione che ho avuto è di una persona che preferisce esprimersi attraverso la scrittura. Eppure sono riuscito a cogliere qualcosa di essenziale, di vero.

Le prime pagine hanno confermato queste sensazioni. Scrive come piace a me. Senza fronzoli. Essenziale. Carne viva. La descrizione e l’ambiente lo crea chi legge così come la riflessione. Lei ti da il nocciolo.

La bambina, ragazzina protagonista rappresenta e racconta un’esistenza faticosa ma sempre attenta e non arrendevole nei confronti della vita. Forse dentro non è una ragazza forte ma possiede come si suol dire una scorza che le permette di andare avanti, di sfidare se stessa e ciò che subisce. Fondamentale sembra essere lo specchiarsi con la sorella che diviene alla fine la compensazione di ciò che le manca, senza la sorella con cui confrontarsi sicuramente la sua vita le avrebbe riservato molti più dubbi. Invece in lei trova delle risposte.

La madre naturale è tutto ciò che non dovrebbe essere una madre perché sembra non contemplare alcuna forma di amore nei confronti dei propri figli, appare come una donna legata solo alla sua sopravvivenza, la morte tragica di suo figlio la mette in crisi ma ormai non è più in grado di uscire da questa esistenza che ha scelto di incarnare. La madre putativa, seppur in un modo diverso non ha saputo anch’ella slegarsi dalle convenzioni e dall’opportunismo di una vita finto borghese. In un certo senso le due mamme non sono molto diverse. Anche gli uomini raccontati in questo libro sembrano comporre un mosaico di mediocrità, alla fine solo il burbero padre con i suoi evidenti limiti ereditati dal duro lavoro e dalle dure condizioni domestiche lascia scorgere dei tratti umani oltre al povero fratello deceduto la cui personalità sembra distinguersi rispetto agli altri anche se non viene affrontata in modo analitico in questo racconto.

Il giudizio dei compagni di scuola e degli abitanti assume un valore relativo, ispessisce la scorza di chi lo subisce costringendo a ricercare ulteriori energie e linfa vitale dentro di se.

In sintesi questo libro mi ha raccontato delle realtà difficili, di privazioni, di miseria culturale e affettiva e di bambine, adolescenti e future donne che hanno saputo sopravvivere a tutto questo con tenacia, orgoglio e lucidità. Scritto molto bene. Mi è piaciuto molto.

Mattino di agosto

In queste bellissime e terse mattinate di fine agosto i primi raggi del sole illuminano e riscaldano anche un piccolissimo quadrato di terra
e un comune fiorellino mentre le nobili rose sono ancora all’ombra intirizzite. È un segno che l’Amore non si dimentica di nessuno. Per questo bisogna non smettere di sperare.