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Simona

Stasera sono entrato in una stanza quasi buia in hospice. La luce penetrava solo dalla porta socchiusa che dava sul corridoio. Dentro si sentiva un respiro stentato, leggermente ansimante.  Sdraiata sul letto una giovane donna, un volto chiaro, magro ma con lineamenti bellissimi. I capelli sciolti erano adagiati sul cuscino.  Il suo corpo era riparato sotto le lenzuola e una copertina leggera.  Erano i suoi ultimi momenti di vita, eppure nella camera eravamo solo noi due. Sapevo solo che si chiamava Simona e che era sarda. Mi sono avvicinato, lei era in uno stato  di incoscienza o almeno così pareva. Era tutto così strano, non capivo cosa avrei dovuto fare ma sentivo di doverle fare compagnia.  Le accarezzavo i capelli e la fronte come per darle sollievo, come farebbe la madre con il proprio bimbo mentre si addormenta. Stavo lì così  mentre pensavo, un po’ pregavo, un po’ cercavo di immaginarla quando era bambina. Non capivo perché una ragazza così giovane e bella potesse essere lì da sola nel momento dell’addio. L’atmosfera era tranquilla,  quasi placida, sembrava che tutta la stanza fosse sedata. Si respirava un’aria quasi sacra, chissà,  forse gli angeli erano già lì per accompagnarla al cielo. Si percepiva in tutta la sua pienezza il mistero della vita, della morte ed io testimone ignaro e casuale di questo frammento di tempo e di spazio.

 

Un figlio bocciato

Bocciato

Quest’anno ho dovuto fare i conti con questo epilogo. Dopo gli esami di riparazione a settembre ho avuto la notizia che il mio secondogenito non ce l’ha fatta.

Non ce l’ha fatta forse è esagerato perché da l’idea di uno che ci abbia provato seriamente. In realtà si è dimostrato anche poco scaltro oltre che insufficiente nella preparazione.

In ogni caso sono amareggiato, un po’ triste. Si tratta comunque di una sconfitta rispetto ad un traguardo tutt’altro che impossibile date le sue possibilità intellettive.

Mi rammarico all’idea di essere in parte responsabile di questo risultato e quindi di non essere stato un padre attento o che abbia saputo trasmettere le giuste motivazioni.

Mi rammarico all’idea che lui abbia perso un anno della sua vita dato che il non studio non è stato rimpiazzato, che so, da attività sportive brillanti, da un’attività di volontariato in cui si avrebbe potuto rendersi utile agli altri. Ma il rammarico più grande è il timore che lui non possa trarre da questa sconfitta un senso di rivalsa, di ribellione interiore che lo porti ad una maturazione.

Cosa posso fare? Io non sono un padre modello. Sono altrettanto pigro e non so essere severo come dovrei. Non ho avuto un’educazione severa. I miei si fidavano, sentivo che si aspettavano l’impegno o almeno la promozione ma si affidavano alle mie capacità, in questo modo mi hanno aiutato a crescere e a contare solo su me stesso. Anch’io mi sono fidato dei miei figli e credo di non saper far altro che continuare a fidarmi di loro, di questo ragazzo. Da qui la mia amarezza, cioè di trovarmi un po’ solo e inerme rispetto a questa situazione.

 

Lovers

Nudi e bollenti

Non leggono i giornali

Non guardano la TV

Domani fatti di oggi

Orizzonti di eternità

Soffrono

Bruciano

Vibrano

Impazziscono

Sognano

Ridono e piangono

come bambini

Si bastano

E non si bastano mai

Gli Amanti

 

Gezabele

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Gezabele è un personaggio biblico femminile definito da sempre con termini di perfidia o malvagità. Una regina fenicia andata in sposa al re Ahab, uno dei re di Israele che continua una dinastia di pessimo governo nel nord del paese dopo la scissione dalle tribù di Giuda e Beniamino rimaste invece fedeli al Dio dei loro padri nella zona di Gerusalemme. Gezabele arriva dunque in Israele e riesce a convincere il popolo ad adorare divinità pagane come il dio Baal. Il marito Ahab viene sedotto da questa donna e si lascia corrompere tradendo il suo Dio.  Questa regina riuscirà ad assoggettare a sé più di quattrocento falsi profeti che, in cambio di una vita viziosa a corte, convertiranno il popolo a queste divinità. Tutto questo fino all’avvento del profeta Elia il quale guidato da Javhé ripristinerà la fedeltà al Dio di Israele.

Ora chi vuole può andarsi a leggere le storie e le vicende di questo periodo raccontato nel libro dei Re e in molti altri approfondimenti teologici, questi ultimi più meritevoli di discernimento.

Dal canto mio sento l’urgenza di approfondire queste due figure. Il re Ahab e la regina Gezabele.

Il re forse è, umanamente, più comprensibile. In termini dotti potrei pensare ad uno cui piace molto la figa e, forse in misura più o meno paritaria, anche il potere. Ma questo è un ritratto riduttivo della sua personalità perché se ci soffermiamo e cerchiamo di comprendere a fondo il personaggio potremo scorgere anche la presenza di una coscienza che non si arrende in modo ineluttabile al destino da lui intrapreso ma spinge verso una ricerca della Verità instillando forse la nostalgia di quel Dio dei suoi antichi padri. Naturalmente il risultato automatico che ne deriva è un conflitto interiore, un’incompletezza, una malinconica esistenza sempre alla deriva. Ritornando alla mia prima lapidaria affermazione è forse meglio precisare che lui è affascinato dalla donna non in termini prettamente fisici ma ne subisce un fascino atavico ritrovabile in Adamo. Con tutta probabilità lui respira il suo fascino assaporandone  anche la pericolosa influenza sulla propria personalità, è consapevole che lei è in grado di minare le sue capacità di decidere e scegliere per il bene suo e del suo popolo ma si arrende piano piano a questo destino ricoprendo la propria coscienza con una coltre formata da una vita piena di vizi.

La regina Gezabele dal canto suo per me rimane un mistero. Lei è ben consapevole del fatto che lui è ai suoi piedi. Lo ha sedotto e continua a farlo muovendolo come un burattino. Non aggiungo molte parole su questa donna perché non riesco a penetrarne l’essenza. Si potrebbe anche pensare ad ella come ad uno strumento in mano al maligno per soggiogare e deviare il re da una condotta retta.

Ciò che mi interessa è la relazione tra i due. Verrebbe facile condannare la donna e prendere, almeno in parte, le difese di lui che pare soccombere solo alle debolezze umane. Potrebbe essere ancora comprensibile la perdita di testa per questa donna che riveste un fascino irresistibile e quasi diabolico nei suoi confronti ma ciò che è meno giustificabile è il fatto che lui accetti le conseguenze di tutto questo senza prendere posizione o ribellarsi. Per conseguenze penso evidentemente ai soprusi nei confronti del popolo o addirittura l’uccisione di coloro che non si sottomettono alle sue crudeli volontà. Ne consegue che l’animo di Ahab non può essere definito buono in quanto non conciliabile con le sue efferatezze.

In conclusione la scelta delle proprie azioni non può mai essere attribuibile ai condizionamenti di altri ma rimane frutto del proprio discernimento e della propria volontà.

 

Luna

Luna

Luna

Mi confesso con te Luna, candida creatura di Dio, che in te ha manifestato la sua dolcezza e il suo spirito romantico. Beata te che sei stata plasmata dalla Sua tenerezza. Beata te che sei custode dei segreti delle nostre notti e delle nostre passioni. La tua luce bianca e discreta traccia i solchi delle nostre notti insonni pronta a dissiparsi alle prime luci dell’alba.Vegli su queste notti senza senso che non finiscono mai, che sono fatte solo di poesia che sgorga da quest’aria pura, incanto della vita. Ci tieni compagnia dunque sorella Luna nei nostri tormenti e turbinii dell’anima. Ed io, umile pellegrino di questa terra, te ne sono grato.

L.Tabarini

Tredici anni

stand

Foto tratta dal film “Stand by me” di Rob Reiner

 

Valerio, 13 anni, in fuga da casa in bici per 130 km, «Volevo vedere com’è il mare»

Il Gazzettino – 06/09/2018

 

Certi titoli di giornale attirano la mia attenzione. Questo è uno di quelli…

Valerio, 13 anni…non so nulla di lui però la mia mente cerca di raggiungerlo, raggiungere il suo pensiero, il suo spirito. Non è un caso, forse perché la sua vicenda lo accomuna a me e a mio figlio.

Valerio voleva vedere il mare…può darsi che questa frase nel titolo sia solo un sunto giornalistico, ma è molto bella.

Vedere il mare esprime un desiderio di infinito, di libertà…

Quando avevo tredici anni sono partito un sabato pomeriggio presto dal mio paesino di Anzano. Era estate, mia madre era a casa e mio padre a lavorare. Ero solo. Ho inforcato la bici di mia mamma e sono partito verso la montagna. Non avevo soldi o zainetto con me, pantaloncini corti e tanti sogni. Mi ricordo che la sera prima avevo guardato il Festivalbar e Umberto Tozzi cantava “Notte Rosa”. Mi ricordo che me la cantavo mentre pedalavo, forse uno dei miei primi tormentoni estivi. Senza fatica oltrepassavo il Fadalto, poi Longarone dando uno sguardo come sempre alla diga del Vajont che esercitava un fascino sinistro nella mia fantasia. Iniziava poi la stretta valle del Piave, piuttosto tetra per poi aprirsi verso Perarolo di Cadore dove salivo lungo la curvosa “Cavalera” per raggiungere Tai. Arrivato lì sentivo il profumo della mia impresa. Conoscevo il Cadore perché i miei mi portavano in vacanza a Venas fino all’anno prima. Ero fiero di me stesso. Solo che ero stanco, affamato ed era tardi. Non avevo la forza e il tempo di ritornare a casa.  Sono giunto a Venas di Cadore verso le 19.30 di sabato. Non mi sono perso d’animo e ho suonato al campanello della canonica dove conoscevo il parroco che mi faceva fare il chierichetto durante le vacanze degli anni prima. Si chiamava don Alfieri, un vecchio che somigliava fisicamente a don Camillo con l’accento cadorino. Quando mi ha visto è rimasto sorpreso e meravigliato. Appena gli ho raccontato che ero arrivato in bici da solo da Vittorio (80 chilometri circa all’epoca) e che nessuno lo sapeva ha telefonato a casa mia. Ha promesso a mia madre che mi avrebbe ospitato a cena e per la notte e che mi avrebbe rispedito a casa l’indomani mattina presto. E così ho mangiato la sua braciola mentre lui mi guardava, il suo piatto era vuoto e ho mangiato io la sua cena. Il mattino seguente alle 5 mi ha svegliato e salutato e sono ripartito felicissimo della mia avventura.

Una volta non esistevano telefonini ansiosi per le mamme e tante vicende si consumavano all’insaputa e con maggiore serenità.

L’anno dopo in una situazione analoga sempre di sabato pomeriggio di un giorno di solleone, ero solo e volevo raggiungere i miei cugini a Jesolo. Partii con la stessa bici e attraversai le pianure venete arrivando alle porte di Jesolo verso le 17. Ero stanco e affaticato e decisi di ritornare indietro senza neppure vedere il mare, pensavo che non ce l’avrei fatta e non avevo un punto di appoggio. Ritornai a fatica, c’erano anche dei lavori con delle deviazioni che mi costrinsero ad allungare la strada di parecchi chilometri.  Di tanto in tanto mi fermavo a chiedere un bicchiere di latte nelle case di contadini. Una volta non si allarmavano nel vedere un ragazzino solo, o non facevano molte domande. Giunsi stremato a casa verso le 20 dopo una novantina di chilometri, contento solo di essere riuscito ad arrivare.

Quest’estate mio figlio di 14 anni è partito da Bibione nel primo pomeriggio con la bici del campeggio e raccontandomi una balla è partito per Vittorio. Il suo cellulare a causa dell’utilizzo del navigatore si è scaricato  presto e non era raggiungibile, oltre a costringerlo ad orientarsi da solo. Di fatto ha sbagliato un paio di incroci costringendolo a fare una quarantina di chilometri in più. Noi lo abbiamo saputo solo la sera dato che non arrivava per cena. Chiaramente all’imbrunire sua madre ed io eravamo preoccupati. Per fortuna poco dopo le 21 è arrivato a casa fresco come una rosa. Le sue motivazioni erano diverse, scommessa con gli amici con gruppo su whapp creato ad hoc.

 

Ora pensando a questo Valerio, penso a quella strana età dei tredici e quattordici anni. Della voglia di vivere, di scoprire il mondo, di sfidare le difficoltà e della voglia di riuscire ad arrivare fino in fondo. Le altre cose come i pericoli oggettivi, le ansie dei genitori passano in secondo piano, non ci si pensa. Oggigiorno forse i pericoli sulle strade sono maggiori a causa del traffico però il senso di avventura e il sogno di libertà è rimasto lo stesso e quindi senza conoscerlo, sento che in qualche modo abbiamo qualcosa in comune. Viva la vita.