Skip to content

L’arminuta di Donatella Di Pietrantonio

Gigi Arminuta

Ho avuto modo di sentir parlare l’autrice ad una presentazione dove venivano proposti altri due libri oltre al suo.

Non mi ricordo cosa mi avesse colpito delle sue parole, non lo so, forse la sensazione che ho avuto è di una persona che preferisce esprimersi attraverso la scrittura. Eppure sono riuscito a cogliere qualcosa di essenziale, di vero.

Le prime pagine hanno confermato queste sensazioni. Scrive come piace a me. Senza fronzoli. Essenziale. Carne viva. La descrizione e l’ambiente lo crea chi legge così come la riflessione. Lei ti da il nocciolo.

La bambina, ragazzina protagonista rappresenta e racconta un’esistenza faticosa ma sempre attenta e non arrendevole nei confronti della vita. Forse dentro non è una ragazza forte ma possiede come si suol dire una scorza che le permette di andare avanti, di sfidare se stessa e ciò che subisce. Fondamentale sembra essere lo specchiarsi con la sorella che diviene alla fine la compensazione di ciò che le manca, senza la sorella con cui confrontarsi sicuramente la sua vita le avrebbe riservato molti più dubbi. Invece in lei trova delle risposte.

La madre naturale è tutto ciò che non dovrebbe essere una madre perché sembra non contemplare alcuna forma di amore nei confronti dei propri figli, appare come una donna legata solo alla sua sopravvivenza, la morte tragica di suo figlio la mette in crisi ma ormai non è più in grado di uscire da questa esistenza che ha scelto di incarnare. La madre putativa, seppur in un modo diverso non ha saputo anch’ella slegarsi dalle convenzioni e dall’opportunismo di una vita finto borghese. In un certo senso le due mamme non sono molto diverse. Anche gli uomini raccontati in questo libro sembrano comporre un mosaico di mediocrità, alla fine solo il burbero padre con i suoi evidenti limiti ereditati dal duro lavoro e dalle dure condizioni domestiche lascia scorgere dei tratti umani oltre al povero fratello deceduto la cui personalità sembra distinguersi rispetto agli altri anche se non viene affrontata in modo analitico in questo racconto.

Il giudizio dei compagni di scuola e degli abitanti assume un valore relativo, ispessisce la scorza di chi lo subisce costringendo a ricercare ulteriori energie e linfa vitale dentro di se.

In sintesi questo libro mi ha raccontato delle realtà difficili, di privazioni, di miseria culturale e affettiva e di bambine, adolescenti e future donne che hanno saputo sopravvivere a tutto questo con tenacia, orgoglio e lucidità. Scritto molto bene. Mi è piaciuto molto.

Annunci

Mattino di agosto

In queste bellissime e terse mattinate di fine agosto i primi raggi del sole illuminano e riscaldano anche un piccolissimo quadrato di terra
e un comune fiorellino mentre le nobili rose sono ancora all’ombra intirizzite. È un segno che l’Amore non si dimentica di nessuno. Per questo bisogna non smettere di sperare.

Gnocchetti alle “zimoe”

Ci sono alcuni momenti dell’anno che presentano dei risvolti opposti. La bellezza della primavera, la fioritura degli arbusti, il sole che riscalda fino a pomeriggio inoltrato coincide ahimè anche con il primo sfalcio dell’erba.  Entro nella casetta degli attrezzi e guardo il mio tagliaerba Pablo. E’ una sfida di sguardi. Lui sa che devo portarlo fuori e ne gode, io lo so che non ho alternative se voglio evitare la giungla in giardino e le occhiatacce dei miei ineccepibili vicini pensionati. Non ho scelta. La mia fortuna è che si tratta di pochi metri quadri e in mezz’oretta me la posso cavare.  La mia pigrizia mi ha indotto a prendere un rasaerba a batteria, senza fili. Non uso il sacco raccoglierba per non dover provvedere allo smaltimento nell’umido.

Dopo qualche secondo di esitazione usciamo io e lui come marito e moglie, che, pur non sopportandosi, vanno a braccetto a prendere il gelato ai giardini. Appena accendo l’interruttore, il mio sguardo cade su un angolo del prato e scorgo delle “zimoe” (Strigoli in italiano – silene vulgaris).

zimoe

Lo rispengo subito lasciando il mio partner smarrito e vado a procurarmi una terrina. Le “zimoe” sono una delle mie erbette preferite e normalmente condiscono alla grande un risottino od una frittata.

Raccolgo tutto quello che trovo (poca roba) giusto per riempire una terrina media.  Sciacquo con il bicarbonato e scolo alcune volte con l’acqua fresca. Metto in pentola a bollire lentamente per un’oretta. Lascio raffreddare.

Questa volta ho pensato di fare dei gnocchetti.

Mi procuro del pangrattato, del parmigiano, un uovo e la farina. Più o meno la terrina dovrebbe essere sufficiente per preparare 4 porzioni.

Le “zimoe” ora vanno frullate.

La preparazione è molto semplice, butto tutto in un contenitore per impastare con un cucchiaio. Non specifico le quantità ma il tutto dovrebbe essere proporzionale a preparare un impasto consistente e facilmente lavorabile. Chiaramente la farina è a completamento e la sua funzione è quella di amalgamare il tutto.  Il tocco finale può essere costituito da un pizzico di menta tritata per aggiungere un po’ di freschezza. Il sale non l’ho messo.

Lo aggiungerò in cottura.  Il condimento può essere un classico burro e salvia, del semplice olio con parmigiano oppure il pomodoro.

Pablo nel frattempo sta guardando con invidia il rasaerba del giardino attiguo che si sta scolando la sua birra guadagnata con il sudore.

 

Filippo

FilippoCon la maglietta a rovescio
Storia di Filippo Bataloni
Autori: Anna Mazzitelli, Stefano Bataloni

 

Man mano che scorrevo le righe delle prime pagine mi rendevo conto di entrare nell’intimità di una famiglia, seppur di amici, nel suo dolore, nella sua lotta contro la malattia, nella sua visione della Fede. Per questo motivo mi sentivo un po’ intimidito e a volte fuori luogo. Cosa c’entro io? Che diritto ho di leggere questo libro dal basso della mia misera vita, vita piena di errori e di superficialità? Nello stesso tempo, leggendo, si rafforzava il mio legame con tutti, Filippo, la mamma, Francesco, Giovanni in modo minore essendo arrivato dopo ma soprattutto con il papà immedesimandomi più facilmente per comunanza di ruoli.

Ho respirato la loro normalità, la loro impotenza, la loro forza, il loro affidarsi l’uno all’altro e ognuno a Dio. Ho sentito il loro respiro mancare e il loro cuore palpitare ogni volta che le notizie non erano quelle che speravamo tutti. Avevo conosciuto Filippo attraverso Anna, lui era ancora qui tra noi e avevo coinvolto la mia famiglia nelle preghiere. Quello che è rimasto nel mio cuore dopo questa lettura è la domanda ultima sulla sofferenza, il perché di questa. Non ho soddisfatto questo dilemma, forse ho solo la più chiara consapevolezza che come dicono Anna e Stefano, la croce va abbracciata per non esserne sopraffatti. Solo abbracciandola, pur rimanendo il mistero, avremo la pace del cuore, una serenità per continuare a vivere in un legame con Dio, la Vita Eterna, il nostro Filippo e i nostri cari. Un’altra cosa che si percepisce da questo libro è il legame tra le persone, anche di chi si incontra quasi casualmente lungo il cammino, l’importanza di ogni singola persona, di ogni singolo gesto. Tutto ciò rimanda al grande progetto di Dio sull’umanità, sulla fratellanza e sulla solidarietà come se tutti fossimo compartecipi nella realizzazione di qualcosa che ancora non comprendiamo appieno.

 

Neve

snow

La neve che cade è sempre magia e tocca il nostro animo, almeno il mio, e non posso non pensare ad alcune poesie o brani che ne parlano.
Il mio pezzo preferito è il brano finale ne “I morti” di James Joyce ma poi ci sono altre belle poesie scritte sulla neve.

Mi piacerebbe saper dipingere perché in un quadro puoi fissare l’essenza di quello che vedi filtrato dal tuo cuore ma sono negato.
Allora provo a scrivere ma più parole aggiungi più cose si perdono.

In silenzio
incollato dietro a un vetro
con il tepore alle spalle
mi avvolgi nel tuo incanto
e mi trasporti
Esco
Il rumore dei miei passi
come un cartone
strappato delicatamente
e i bambini che si tirano le palle di neve
con gli occhi illuminati
di magia, di mistero, di purezza.

L. Tabarini

Joyce:
Lacrime più copiose gli velarono gli occhi e nella penombra gli parve di vedere la figura di un giovane in piedi, sotto un albero grondante di pioggia. Altre figure gli erano vicine. La sua anima aveva avvicinato la regione in cui dimora la folla sterminata dei morti. Ne era cosciente, ma non riusciva a coglierla, quella loro effimera e tremolante esistenza. La sua stessa identità si stava smarrendo in un mondo grigio e impalpabile, e lo stesso mondo materiale, il mondo sul quale quei morti avevano vissuto e procreato si andava dissolvendo e rimpicciolendo.

Un lieve battito sul vetro lo fece voltare verso la finestra. Aveva ripreso a nevicare. Restò a osservare, assonnato, i fiocchi di neve, argentei e scuri, che scendevano obliquamente davanti al lampione. Era giunto il momento di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava su tutta l’Irlanda. La neve cadeva in ogni parte della bruna pianura centrale, sulle colline brulle, scendeva piano sulla palude di Allen e, più a occidente, calava lieve sulle cupe onde tumultuanti dello Shannon. E cadeva anche su tutto il solitario cimitero di campagna, là in cima alla collina dove era sepolto Michael Furey.

S’ammucchiava sulle croci contorte e sulle pietre tombali, sulle punte del piccolo cancello, sui cespugli brulli. E l’anima gli si velava a poco a poco mentre ascoltava la neve che calava lieve su tutto l’universo, che calava lieve, come a segnare la loro ultima ora, su tutti i vivi ed i morti.

James Joyce, I morti, in Gente di Dublino, traduzione di di Marco Papi ed Emilio Tadini, Garzanti, 1978

Gianni Rodari: La neve

Che bella neve,
che invenzione la neve di lana e di cotone…
Non bagna i guanti né le mani senza guanti,
né i piedi senza scarpe,
né i nasi senza sciarpe,
né le teste senza cappello,
né i cappelli senza ombrello,
né le stufe senza carbone,
questa bellissima invenzione,
la neve di lana e di cotone.

Emily Dickinson: Il cielo è basso

Il cielo è basso, le nuvole a mezz’aria,
un fiocco di neve vagabondo
fra scavalcare una tettoia o una viottola
non sa decidersi.
Un vento meschino tutto il giorno si lagna
di come qualcuno l’ha trattato;
la natura, come noi, si lascia talvolta sorprendere
senza il suo diadema.

Umberto Saba:

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati…

The passion

Musée art moderne Lyon Gesù orto degli Ulivi

1. Gesù è condannato a morte

Arriva il giorno in cui sentiamo con i nostri orecchi ciò che alloggiava fisso nel nostro presentimento, ma qualcosa in noi, una flebile speranza, ci induceva a negare o a posticipare. Uno sfratto, la lettera di un avvocato che ci notifica l’udienza per la separazione, la conferma della bocciatura a scuola, una diagnosi medica negativa o il licenziamento. Eccoci qui, con scritto nero su bianco il nostro destino. L’amaro fiele scorre dentro di noi e ci svuota. Rimaniamo assenti in preda allo scoraggiamento, alla sconfitta, all’umiliazione, alla derisione.

Questo è il sentimento di Gesù nell’orto degli Ulivi, gli amici ci sono ma non riescono in questo momento a rendersi utili e noi quasi non li vediamo. E’ tutto grigio e inerte.

I tentativi di pregare sono flebili come il battito del nostro cuore. Ma questo è il momento in cui il Padre Nostro ci è accanto, nel momento più nero, anche se noi non lo vediamo e sentiamo, anzi tendiamo ad un moto di ribellione che ci fa esclamare “Lasciatemi stare, lasciatemi solo”.

Ma Gesù che ha vissuto tutto questo ci è ancora più vicino e si stringe a noi senza che lo sentiamo. Abbandoniamoci e lasciamo che Egli viva per noi questi momenti.

2. Gesù è caricato della croce

Poche ore dopo il nostro Calvario ha inizio. Fino al momento precedente era il tempo dello sconforto e dell’abbandono ma ora ci viene fatta vedere la nostra croce e delineato il nostro percorso. Senza forza e motivazione dobbiamo avviarci. Siamo esposti al pubblico sguardo e non abbiamo molta scelta. Attingiamo in fondo al pozzo delle nostre risorse e con un rigurgito di orgoglio partiamo. La strada è lunga e non vediamo la meta. Ogni gesto, ogni sforzo si susseguono quasi automaticamente. Il nostro spirito è abbandonato a qualcosa che non si può vedere e sentire ma sappiamo che dobbiamo andare avanti.

3. Gesù cade per la prima volta

E come immaginavamo arriva il nostro primo cedimento. In un momento di stanchezza ci lasciamo sopraffare dagli eventi, dai giudizi, dalle accuse, dallo sconforto. Anche il senso di ingiustizia ci delude, perché nessuno interviene, perché nessuno vede come vedo io? Siamo stanchi e chiudiamo gli occhi. Che sia quel che sia…Ma dentro di noi c’è qualcuno che ci muove, senza esortarci, senza farsi sentire perché sa ciò che proviamo e il suo rispetto per il nostro dolore è totale.  Improvvisamente ci rialziamo e senza rendercene conto siamo di nuovo in cammino, senza spiegazione logica e per un po’ le figure sfumate intorno si riappropriano di un contorno, riprendono un pallido colore.

4. Gesù incontra sua Madre

E subito riconosciamo i volti più cari, nostra Madre. Colei che avevamo accantonato, per non deluderla, per non coinvolgerla nelle nostre miserie. Un tempo che ci pare lontano eravamo pieni di vita, di entusiasmo e di orgoglio, ora siamo lì sconfitti dalla vita e impotenti come bambini. E Lei è lì con noi, ancora, è sempre stata lì, appartata, rispettosa, sofferente ma presente e fedele. Era lì quando ci siamo affacciati a questa vita soffrendo i dolori del parto insieme a noi ed oggi è ancora qui con noi, un legame che non si può spezzare mai. Non riusciamo a parlare e lei neppure però il nostro sguardo si incontra e si alimenta di amore e consolazione. Grazie Signore per averci donato la stessa tua Madre.

5. Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene

La Provvidenza. Camminando e uscendo dal nostro guscio possiamo incontrare qualcuno, qualcuno che sembra capitato per caso ma non è solo il destino a farci questo dono. Siamo scettici perché non capiamo ma dobbiamo avere un atteggiamento di apertura, fidarci. E senza che noi avessimo il coraggio di chiedere qualcosa questo estraneo ci aiuterà, farà un tratto di strada con noi. Com’è sorprendente la vita quando l’Amore si manifesta in questo modo. Tendiamo a chiuderci, ad essere scorbutici, a diffidare di tutti ma a volte dobbiamo solo lasciarci prendere per mano come fanno i bambini. Grazie Signore per questi brevi compagni di vita.

6. Santa Veronica asciuga il volto di Gesù

Ed anche la mano sicura della nostra amica è lì. L’amicizia è un dono prezioso ed ora comprendiamo di quanto avessimo bisogno di questo calore. Forse tante volte nel passato abbiamo sminuito il valore di queste persone, magari distratti dal nostro lavoro od occupazioni. Ora che non abbiamo nulla ci rendiamo conto della loro importanza. Veronica poteva avere un sacco di impegni, la sua vita, le sue cose da fare ma ha scelto di essere lì con noi in questo momento, la sua priorità eravamo noi e sentiamo la sua mano calda e premurosa sul nostro volto sofferente. Abbiamo cura di queste persone. Grazie Signore per i miei amici.

7. Gesù cade per la seconda volta

Ed ora che che abbiamo goduto di queste consolazioni improvvisamente ci riscopriamo soli. Siamo deboli e la nostra salita è ancora lunga. La notte arriva sempre, anche dopo una giornata in cui ci eravamo illusi di aver ripreso le redini della nostra vita, di essere in grado di camminare da soli. Succede, succede sempre. A volte lo sconforto è più grande della prima caduta perché pensavamo di essere in grado di rialzarci facilmente ma non è così. Ora però abbiamo la consapevolezza di poter riuscire a contare sulle nostre forze. Dopo esserci rialzati la prima volta, sappiamo di poter riuscirci anche con le nostre forze. Nella vita dobbiamo saper contare su noi stessi, ci sono i nostri genitori, i nostri amici, Dio ma ci sono momenti in cui essi si limitano a guardarci perché è il momento di dimostrare cosa sappiamo fare, come due genitori che lasciano fare i primi passi al proprio figlio da solo, sostenendolo solo con il loro sguardo.

8. Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme

Noi abbiamo la tendenza a fare le vittime. Siamo vittime di tutto, della vita, della miseria, della cattiveria altrui, ma Gesù ci sveglia da questo senso di vittimismo e ci esorta ad assumerci le proprie responsabilità. Quanto abbiamo contribuito con i nostri errori, la nostra superficialità, la nostra imprudenza per ritrovarci ora in certe situazioni? Non dobbiamo indugiare a piangerci addosso ma piuttosto a reagire e se ne abbiamo la possibilità a rimediare, a non commettere più certi errori perché in questa o nella prossima vita ci verrà chiesto il conto.

9. Gesù cade per la terza volta

A questo punto concentriamoci su Cristo perché Egli è caduto per la terza volta. E’ allo stremo delle sue forze, questa salita pare non avere fine, perfino il pensiero della morte non sembra più così nero. In questo momento c’è quasi la resa. Non riesce forse neppure a pensare, in balia dello sforzo disumano. Stiamo scavando in fondo al pozzo. Ci sono delle braccia attorno, lo aiutano a rialzarsi, è un momento anche per noi dove solo la grazia dello Spirito può salvarci, non sappiamo come.

10. Gesù è spogliato delle vesti

Non hanno pietà di nulla, l’umiliazione è totale. Da qui in poi è solo abbandono alla volontà del Padre. Le vesti rappresentano i nostri ultimi legami materiali con questo mondo, poi si rimane nudi, l’uomo nella sua essenza, quello che siamo, anche con le piaghe e la sofferenza, la dignità dell’uomo è intoccabile e sacra. Madre Teresa lo sapeva bene.

11. Gesù è inchiodato sulla croce

Le ultime offese, la cattiveria più malvagia. Infierire contro Dio e contro noi stessi. Ogni chiodo è un sigillo della nostra disumanità. Quante notizie aberranti siamo abituati a leggere, violenze di ogni tipo, senza pietà, delitti efferati, femminicidi, violenze sui bambini, sui feti e sul creato. E ci sembra che sia impossibile poter continuare a vivere in questo mondo. Ci viene da urlare: Dio per favore basta così.

12. Gesù muore in croce

Il mistero dell’Amore di Dio per noi. Attraverso il peccato più grande che si possa immaginare, l’uccisione di Suo Figlio, Dio ci salva. Senza l’uccisione di Suo Figlio non si sarebbe compiuta la nostra salvezza. Sembra un controsenso, la potenza di questo passaggio epocale è l’incarnazione di Gesù, la sua vita e il suo sacrificio sono serviti a purificare l’intera umanità. Attraverso quel peccato Dio ci rivela la sua infinita Misericordia. Non abbiamo più scuse, Lui ci amerà fino all’ultimo respiro, se riconosciamo e lo accettiamo, saremo salvi.

13. Gesù è deposto dalla croce

Il dubbio si spalanca come una voragine dentro di noi. Quest’uomo è qui sotto privato della vita e io sono qui. Quell’Uomo che abbiamo ucciso diventa uno specchio che riflette però un’immagine della nostra sconfitta. Il suo volto prende rapidamente le sembianze del vincitore, del giusto, del Cristo Santo, mentre la nostra immagine sbiadisce nella cupezza, nel disordine nell’oblio.

14. Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro

Ora ci si trova davanti a noi stessi, l’odio e la morte alla fine non ci hanno procurato nulla di liberatorio ma ci hanno introdotto in un tunnel perverso di rimorsi e sensi di colpa. Credevamo di essere padroni del mondo e invece siamo immersi nella palude della più vile miseria umana. E proprio Colui che abbiamo ucciso è l’unico che ci può salvare e se abbiamo la sapienza, la grazia e la volontà di capirlo potremo un giorno rivedere la luce.

 

Mosca

Mosca1

Mosca2

Mosca. Avevo bisogno di una piantina appena arrivato e ora che riparto ne avrei bisogno di un’altra, di marijuana stavolta. Era la prima volta che mi muovevo così ad est. Quand’ero piccolo e vivevo a Santa Apollonia crescevo in un covo di comunisti. Per farvi intendere quando c’erano le feste o le cene di borgata tra le varie canzoni come “Quel mazzolin di fiori e lo Spazzacamino” si intonava puntualmente “Bandiera Rossa” e Mosca con tutta la sua CCCP riempiva la mia immaginazione con il suo misterioso mondo sovietico fatto di povertà, uguaglianza, politica, statalismo, Chernobil, guerra fredda, e poi ginnaste e atleti. Più avanti le prime aperture e in contemporanea le mie letture di Tolstoj e Dostoevskij. Tutto ciò ha rimodellato la mia percezione di questo paese verso una storia fatto di epoche zariste, sfarzi e miseria, distese immense, orgoglio per la nazione. Ci sono altri due punti fissi per questo popolo: il freddo e la devozione religiosa. Ho chiesto ad una donna di medio-alta cultura cosa mi poteva dire di Putin, come lo vedono. Lei mi dice che lui è una sorta di dittatore che però ha a cuore il suo popolo e la sua nazione. Il problema, mi dice, chi se non lui? Chi potrebbe governare questo grandissimo paese con tutti problemi e le diversità? Le comunicazioni all’interno non sono semplici, i trasporti, le logistiche, le particolarità, il freddo. Abbiamo parlato delle persone, uomini e donne. Che carattere hanno i russi? Io parto dal presupposto che in linea generale le donne hanno più forza che viene dalla voglia di resistere e vivere e in terre difficili come questa la differenza è più spiccata. Gli uomini tendono dopo la fatica a rassegnarsi, a cedere ai vizi. La donna continua a cercare di vestirsi bene, di essere bella, di desiderare e credere in una vita migliore. Forse tutto questo è dato dal l’istinto materno e di protezione. Mosca è grande, qui è tutto grande. Dicono che non sia bella come San Pietroburgo dove si riconosce la storia a differenza di qui. Guardando San Pietroburgo si può risalire agli ultimi trecento anni di storia, a Mosca questo non succede. La benzina costa circa 60 centesimi al litro. Le ragazze sono belle ma sono serie. Sono scarsamente cordiali e non sorridono, a meno che tu non le faccia bere. Ne ho incontrate alcune agli sportelli ancora figlie dello stampo sovietico. Fanno quasi paura. Bisogna sottolineare che qui ci sono pochi moscoviti autoctoni, provengono per la grande maggioranza da altre zone. Il vino costa tanto. Meglio bere wodka. Si può mangiare anche benino, ma ci sono troppe catene in giro in città. Le zuppe sono da provare. Sono entrato al Cremlino nella Armory Chamber dove sono custoditi i tesori russi, oggetti di una bellezza sublime. Ornamenti provenienti soprattutto dal mondo bizantino e iraniano. In una sala ho ammirato l’unico doppio trono esistente al mondo costruito appositamente per Pietro e Alessandro i due bambini imperatori. Alle spalle della seduta è stato ricavato uno spazio angusto invisibile ricoperto di velluto dove alloggiava il suggeritore per aiutarli nelle formalità delle cerimonie, e poi è custodito anche il trono interamente in avorio di Ivan il Terribile e le magnifiche corone imperiali, le carrozze e la slitta con cui Caterina scendeva da San Pietroburgo a Mosca per l’incoronazione e mille altri oggetti anche religiosi e militari.